Teofanie cosmografiche,

ovvero l’origine

del “Sacro manto geografico”.

di Claudio Piani & Diego Baratono

seconda parte

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 2. UN NUOVO PARADIGMA COSMOGRAFICO. - L’originale profilo policircolare che avvolge e determina la tipologia di proiezione del mappamondo valtellinese, si è sostenuto più e più volte, è inequivocabilmente riconducibile alla medesima sagomatura “palliografica”[2] impiegata dal Waldseemüller per incorniciare la sua carta del 1507. Questa ormai è storia. A seguito d’ulteriori indagini, nondimeno, la nostra ricerca partita dal mappamondo murale lombardo, raggiunge acuti toni sacri, apprezzabilmente subliminali, inaspettatamente universali (Piani, Baratono, 2008). Il Medio Evo vede utilizzare i mappamondi come vere e proprie pale d’altare o, si è già più volte detto, quali mirate integrazioni iconografico-didascaliche, scelte per ornare pagine di preziosi salteri. Le immagini geografiche diventano pregiati sottofondi d’accompagnamento, stimolanti le menti dei fedeli attraverso la “materializzazione” visiva d’episodi citati nelle sacre scritture. I mappamondi, percepiti come veri e propri emblemi religiosi, erano impregnati della stessa carica simbolica consueta sia in altre raffigurazioni sacre più ricorrenti, sia nei testi a queste abbinati. Di fronte a rappresentazioni geografiche tanto consistenti, il fedele avvertiva, potente e simultanea, duplice spinta emotiva: a raccogliersi in preghiera e, contemporaneamente, ad aprirsi, a “viaggiare” con la sua mente verso il mondo. L’immagine del Cristo, spesso sovrastante le rappresentazioni cosmografiche in discorso, riprende posture classiche specifiche del “Cristo Pantocratore”. La figurazione sacra del Cristo Pantocratore, solitamente, è dipinta nel catino absidale delle chiese medievali. Cornice caratteristica all’immagine del Cristo, diviene la figura geometrica della cosiddetta “mandorla mistica”. Speciale involucro ellissoidale a racchiudere l’immagine divina, intenso simbolo sia della Maiestatis Domini sia della Regina Coelis, ossia di Maria, nel primo cristianesimo la mandorla o amigdala, assume intonazione, per dir così, “esoterica”. La “nuova religione”, infatti, nei difficili momenti aurorali della sua comparsa, utilizza la mandorla, splendida metafora geometrico-simbolica riferentesi all’Acqua, per trasmettere valori e contenuti del tutto propri. L’amigdala diverrà, di qui per sempre, anche la vesica piscis, diretto richiamo al noto ιχθύς [ichthýs], acronimo di: Iesous CHristos THeou Yiòs Soter, ossia Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore[3]. La vesica piscis ha modellato semplice, ma quanto mai efficace a livello simbolico. Si ottiene geometricamente intersecando due circonferenze. Ora, in qual modo l’antica simbologia religiosa, qui considerata, rientra nel percorso d’indagine intrapreso? Per qual motivo la “mandorla” o vesica piscis, custode di precisi linguaggi figurativi religiosi, si trova riecheggiata in alcune particolari carte geografiche, come quella realizzata nel 1507 da Martin Waldseemüller e quella, seriore, dipinta nella Sala della Creazione? Qual è, se esiste, il nesso tra “amigdala”, vesica piscis e “mantello”? Il simbolo della “mandorla mistica”, riferisce di tentativi mirati a fondere e dissimulare, anche attraverso innovative dimensioni geografiche, trascendenza ed immanenza, creatore e creazione. Per intendere meglio il discorso occorre abbandonare per un attimo la visione iconografica cristiana medievale, e risalire nel tempo, a quando visse il greco Strabone d’Amasia (64 a.C. - 20 d.C.), storico e geografo tra i più importanti dell’antichità. Nei diciassette libri della sua autorevole e vasta opera sulla Geographia, Strabone descrive più volte il mondo quale grande isola a forma di clamide, riprendendo in siffatto modo la visione di Eratostene di un ecumene a forma ellittica: “…che lo schema dell’ecumene abbia forma di clamide è assolutamente chiaro, dal momento che le estremità orientali e occidentali si rastremano a ugnatura, battute dall’Oceano, e diminuiscono di larghezza …”.

Strabone nel passo citato, estratto dal libro II, utilizza il preciso termine “clamide”. Il significato del vocabolo “clamide”, equivale a “pallio”, in pratica, a “mantello”. Il capo d’abbigliamento in parola, sorta di corto mantello, era indossato dagli antichi guerrieri greci tessalici; di fattura semicircolare, si portava sulla spalla sinistra. Strabone insiste in merito alla peculiare forma ellittica data ad alcuni mappamondi, con sagomatura riconducibile appunto alla foggia della clamide; ma perché utilizzare un siffatto termine di paragone? Tecnicamente, il modulo geometrico della mandorla-clamide, è funzionale, a migliore trasposizione su piano bidimensionale, delle coordinate sferiche tridimensionali ricavate “misurando” il mondo utilizzando come punto proiettivo azimutale un parallelo del Mediterraneo. Strabone, invero, si sofferma frequentemente sulla similitudine intercorrente tra rappresentazione geometrica e mantello.

Ciò induce a ritenere le riflessioni del geografo greco, come sarà meglio confermato in seguito, contenere riferimenti iconografici e simbolici più carsici. Questi riferimenti, dopo la debita ricodifica, sono confluiti in altri orizzonti culturali. Peculiari correlazioni tra allegorie sacre cristiane ed alcune carte geografiche sembrerebbero confermare l’idea. Il profilo a guisa di mandorla, rappresenterebbe dunque, per il primo mondo cristiano, la stilizzazione del simbolo acquatico dell’ ιχθύς, del “pesce cristico”. L’amigdala racchiude, letteralmente, testimonianza di tentativi sincretistici orientati da un lato a stigmatizzare e dall’altro ad assorbire e ricodificare, modelli simbolici molto più arcaici, legati originariamente al potente, indelebile culto della Magna mater, al suo fertile organo sessuale, apertura imprescindibile dalla quale erompono forme di vita sempre nuove. Il simbolo ittico cristiano dell’ ιχθύς, del “pesce eucaristico”, include percorsi metonimici facilmente rintracciabili. Partendo da archetipi primordiali totalmente muliebri, questi evolvono ramificando sia nella simbologia “al maschile” del Cristo Pantocratore, sia mantenendo l’antica allusione “al femminile” fiorendo nel dolce richiamo mariano.

La raffigurazione in parola, in ogni caso, non è esclusiva delle iconografie sacre medievali. La cosa è alquanto curiosa, poiché la geometria amigdalica si ritrova involucro d’alcune raffigurazioni zodiacali, come riscontrabile nelle Très Riches Heures del Duca di Berry, del 1413, ed inoltre, già cornice per alcune rappresentazioni geografiche del secolo XIV. Queste ultime, realizzate dal monaco inglese Ranulf Higden, rappresentano capitolo a se stante, nello scenario cartografico medievale.

Il motivo che ha indotto il religioso a realizzare tali carte geografiche, tuttavia, non è ancora del tutto chiaro. Potrebbe essere ipotesi plausibile che il monaco inglese, veduti casualmente arcaici manufatti geografici di forma ellissoidale, sia rimasto colpito dalle inusuali fattezze utilizzate. Il religioso intuisce, forse, che gli antichi adoperavano forme e moduli iconografici identici a quelli codificati poi dal mondo cristiano. Per il monaco recuperare la versione greca dei mappamondi a forma d’amigdala-clamide, rimaneggiarne il contenuto allegorico originario sostituendolo mediante iconografie dal tenore cristiano come la vesica piscis, effigie del Cristo, sembra diventare atto spontaneo, forse perché a lungo meditato. I mappamondi medievali a forma d’amigdala-clamide, secondo nostro ragionamento dunque, suggellano nel loro interno elevati e delicati concetti sincretistici, che riportano indietro nel tempo, a primigenie tradizioni mitico-simboliche assimilate, rivalutate e trasfigurate in nuovi emblemi religiosi. Al contempo, nondimeno, i mappamondi medievali rimangono veri e propri strumenti di lavoro al servizio di più pragmatiche attività mercantili, mestieri scanditi a loro volta da un’imprescindibile, irrinunciabile unità di misurazione temporale: la lunghezza dell’“amen”. Spazio religioso e dimensione del quotidiano, forse per la prima volta, vengono a trovarsi armonicamente integrati. L’ermetica rappresentazione amigdalica è tanto efficace, da essere ancora utilizzata, nel 1457, nel famoso planisfero denominato “Atlante genovese”, per via delle simbologie araldiche contenute, appartenenti alla nobile famiglia degli Spinola (Baldacci, 1983).

Fig. 2 Mappamondo a mandorla, Ranulf Higden

Fig. 3: Atlante genovese, 1457.

Era tradizione abbastanza consueta, dunque, concepire certe carte geografiche come moduli figurativi dai contenuti religiosi non sempre “in chiaro” per modalità d’espressione. Il linguaggio simbolico adottato spesso è criptico. I contenuti, tuttavia, risultano “decrittabili” ed “operativi”, nel momento in cui si riesce ad individuare la versatile chiave di lettura, il software, a sua volta in grado d’attivare i differenti hardwares coinvolti, ossia mappamondi a forma di clamide, Cristi Pantocratori e Madonne Misericordiose, riducendo il tutto ad unico, comprensibile linguaggio. Per quanto conosciamo, la “Creazione del Mondo nel suo terzo giorno” è il potente software di riferimento da utilizzare in quest’ambito culturale. Si può aggiungere, inoltre, che la carta di Palazzo Besta, presentando tutti i tratti simbolici sin qui messi in evidenza, appartiene, a fortiori, al medesimo genere simbolico-descrittivo.  

 

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[2] A forma di mantello, mariano in questo caso, come si vedrà oltre.

[3] Si veda a questo proposito Baratono, 2004, pp. 89 e ss.

 

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