
fig. 1: Abbazia di Marienberg - Cristo pantocratore
Teofanie cosmografiche,
ovvero l’origine
del “Sacro manto geografico”.
di Claudio Piani & Diego Baratono
prima parte
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1. PREMESSA. - Risale ormai all’anno 2003, l’identificazione della fonte iconografica radice del mappamondo affrescato sulla volta della cosiddetta “Sala della Creazione”, spettacolare ambiente nella dimora rinascimentale valtellinese dell’antica famiglia dei Besta a Teglio (Sondrio). L’importante scoperta, oltre ad innescare discussioni sulla diffusione di ben determinata scuola cartografica rinascimentale [1], nella fattispecie quella teutonica riferibile al matematico Caspar Vopell, ha portato alla nostra considerazione pressanti interrogativi sulla presenza di così ricercato e particolare manufatto, in contesti socioculturali apparentemente privi di particolari interessi su questioni geografiche ormai lontane.
Palazzo Besta è dimora patrizia del secolo XV al centro di un’antica via di comunicazione, che smistava la tratta Venezia - Parigi, passante anche per i Vosgi, con quella che da Milano portava a Vienna attraverso i passi retici del Bernina (insellatura a 2323 m; oggi vi transitano la strada e la ferrovia Tirano – Sankt Moritz) e orobici dell’Aprica (a 1172 m). La struttura architettonica del palazzo nobiliare dei Besta, elegante e sobria, è riverbero della linea compositiva dei banchi medicei progettati nello stesso periodo dal fiorentino Filarete, al secolo Antonio Averlino (Firenze, ca. 1400 – Roma, ca. 1469), per il Duca Francesco Sforza. Gli apparati decorativi presenti nella struttura in discorso, quali le “Storie di Enea”, il ciclo dell’“Orlando Furioso”, le “Metamorphosi” di Ovidio, la “Sala della Creazione” o del “Mappamondo”, sono realizzazioni della metà del secolo XVI. Sono, con tutta evidenza, chiara espressione della profonda cultura umanistica dei committenti, i nobili Besta appunto. In nostri precedenti studi (Piani, 2004), si è evidenziato come le pitture racchiuse nella splendida volta della sala in parola, orbitanti appunto intorno al mappamondo vopeliano, sono fedele racconto per immagini del ciclo biblico della “Creazione”. In dettaglio si trovano rappresentati: la “Genesi della Luce”, la “Separazione delle Acque”, la “Creazione degli Animali terrestri, dei Pesci e degli Uccelli”, la “Creazione delle Stelle”, ed in ultimo, la “Creazione d’Adamo ed Eva”. Importante l’iconografia a fondamento d’alcune scene dipinte nella volta, in particolare quell’inerente alla nascita d’Eva: in buona misura, questa sembra replica di figurazioni prototipiche, circolanti in ambiente prettamente toscano. Più precisamente, si tratterebbe delle creazioni riferibili allo scultore - architetto Andrea Pisano o da Pontedera, visibili nelle formelle alla base del campanile giottesco del duomo fiorentino, e di quelle ascrivibili al senese Bartolo di Fredi, le cui opere pittoriche, eseguite verso la metà del Trecento, sono ancora splendidamente conservate nella navata sinistra della Basilica di Santa Fina a San Gimignano. L’indicazione, si vedrà meglio in seguito, è di vitale importanza per avvicinare ed intendere l’insolita strutturazione e culturale e sociale, che ha consentito, ad una località decentrata quale si direbbe Teglio, l’elaborazione e la gestione sapiente di potenti modelli espressivi, per dir così, “ermetici”. Sono molto particolari le tematiche in discorso, invero, maneggiate finanche in modo disinvolto in questo contesto prettamente montano. Si direbbero costruzioni mentali radicate, piuttosto che altrove, nel sofisticato mondo fiorito alla luce ed al calore della Firenze umanistico-rinascimentale, ora trasformatasi in straordinario forno alchemico, influente “atanor” formativo radiante cultura a trecentosessanta gradi. La sala del mappamondo valtellinese ha dimensioni raccolte in 48 mq; è esposta a nord e molto probabilmente era adibita a stanza da letto od a biblioteca. Tutti gli indizi portano ad immaginare un utilizzo del locale come luogo di raccoglimento, d’ozio e, soprattutto, di meditazione. I mappamondi, che sovente decoravano questo genere di locali, erano ingredienti propedeutici all’ideale svolgimento di determinate pratiche meditative. Le scene dipinte, infatti, solitamente ricoprivano notevole funzione didascalica per l’osservatore. L’ornato si rivelava essere vero e proprio trattato di storia universale illustrata consultabile in ogni momento, senza la “fatica” di sfogliare ingombranti quanto delicate pagine di costosissimi libri. Il “mappamondo”, come buona parte delle poche storie universali ed enciclopedie circolanti nel Medio Evo, aveva lo scopo di concentrare su di sé la sintesi dell’intera opera che lo conteneva. Il mappamondo, si è già detto, svolgeva “anche” la funzione di riassunto per immagini. Non è da meno, quindi, la decorazione pittorica ideata per l’interno della “Sala della Creazione”, che acquista valenze polarizzanti, in grado di condensare tutte le immagini bibliche presenti nel locale, in unico continuum spazio-temporale. Ugo da San Vittore scrive nel prologo della sua Descriptio mappae mundi: “Sapientes viri, tam seculari quam ecclesiastica litteratura edocti in tabula vel pelle solent orbem terrarum dipingere, ut incognita scire volentibus rerum imagines ostendant, quia res ipsas non possunt presentare…”. L’idea tanto corretta quanto moderna, che le rappresentazioni per immagini in genere, geografiche in questo caso, aiutino a recepire meglio i concetti rispetto ai testi scritti cui s’accompagnano, sarà ribadita successivamente anche da Ruggero Bacone e da Francesco Petrarca.
Petrarca, infatti, proclama i mappamondi addirittura superiori al viaggio fisico
stesso. Si trasmette in qualche misura l’idea, che questi particolari oggetti
non sarebbero semplici costruzioni decorative ma vere e proprie finestre sul
mondo, interiore ed esteriore, della conoscenza. Potenti varchi virtuali nel
tempo e nello spazio in grado di trasportare istintivamente chiunque sia
partecipe, in luoghi lontani, sconosciuti, instillando ricchi contenuti
pedagogici in chi osserva. Nel Medio Evo, inoltre, i mappamondi erano utilizzati
per “spiegare illustrando” aspetti appartenenti sia alla dimensione
trascendentale e religiosa, sia a quelli più pragmatici ed immanenti dell’ambito
secolare loro contemporaneo.
Questa
funzione contemplativa, però, le immagini geografiche non la perdono con il
trascorrere dei secoli.
Anzi la ritroviamo rafforzata
leggendo alcune riflessioni fatte su questi manufatti da personaggi di spicco,
come il cardinale Francesco Piccolomini, futuro Pio III, nel momento in cui
commenta un mappamondo inviatogli nel 1465 dal cartografo veneto Antonio
Leonardi, o come nel 1580, nel suo scritto “Discorso intorno alle immagini
sacre e profane”, il vescovo di Bologna, Gabriele Paleotti, paragona le carte
geografiche, per il loro significato didattico-moralizzante, alle
stesse immagini sacre.
La domanda è inevitabile: anche la carta affrescata di Palazzo Besta assume dunque, queste funzioni dai chiari connotati didattico-meditativi ( Mangani, 2006b ). Cerchiamo di capirne di più.
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